Quando Iron Man uscì nel 2008, aprì ufficialmente le porte al Marvel Cinematic Universe, cambiando per sempre il modo in cui i franchise cinematografici avrebbero costruito i loro mondi. Due anni dopo, Iron Man 2 arrivava con l’arduo compito di espandere l’universo, dare continuità alla storia di Tony Stark e, allo stesso tempo, gettare le basi per The Avengers. Il risultato è un film spettacolare, ricco di momenti iconici, ma anche vittima di un’evidente pressione narrativa e produttiva.

La storia riprende pochi mesi dopo gli eventi del primo film. Tony Stark ha appena rivelato al mondo di essere Iron Man, e le conseguenze iniziano a manifestarsi: il governo vuole che consegni la sua tecnologia, i rivali industriali tramano alle sue spalle, e una nuova minaccia si profila all’orizzonte nella figura di Ivan Vanko, un brillante ma disturbato scienziato russo con un conto personale da regolare con la famiglia Stark. 

Nel frattempo, Tony affronta un conflitto interno ben più insidioso: il reattore al palladio che lo tiene in vita lo sta lentamente avvelenando. Consapevole della propria mortalità, Stark scivola in uno stato di autodistruzione e paranoia, mettendo a repentaglio relazioni personali e professionali. Solo affrontando il suo passato – e il lascito del padre Howard Stark – potrà trovare una nuova direzione.

Iron Man 2 cerca di fare moltissime cose contemporaneamente: raccontare l’evoluzione personale di Tony Stark, introdurre nuovi personaggi fondamentali per il futuro del MCU, come Natasha Romanoff alias Black Widow, approfondire la figura di Nick Fury e continuare a costruire lo S.H.I.E.L.D. Inoltre, accenna a questioni geopolitiche: il controllo delle armi, il ruolo del supereroe come potere sovranazionale, il tutto mentre mantiene il tono ironico e spettacolare che ha reso iconico il primo film.

Il problema principale è che Iron Man 2 appare spesso come un ponte: più interessato a collegare eventi futuri che a raccontare una storia autonoma e coerente. Le sottotrame si accavallano, alcune vengono abbandonate troppo presto come il conflitto con il Senatore Stern, altre restano vagamente sviluppate, e l’antagonista principale, Ivan Vanko, finisce per essere sottoutilizzato nonostante il carisma minaccioso di Mickey Rourke.

Downey Jr. domina il film con il suo carisma naturale. Stavolta, però, il suo Tony è più fragile e vulnerabile. Dietro lo sfarzo, l’egocentrismo e le battute pungenti, si nasconde un uomo consapevole della propria fine imminente. La performance di Downey riesce a bilanciare perfettamente umorismo e pathos, rendendo Stark sempre umano, nonostante l’armatura. Promossa a CEO delle Stark Industries, Pepper è ancora una volta la bussola morale di Tony, ma il loro rapporto è messo a dura prova. La loro dinamica romantica è un po’ tirata per le lunghe, ma trova una risoluzione soddisfacente nel finale. Cheadle sostituisce Terrence Howard nel ruolo di Rhodey, introducendo una versione più seria e militare del personaggio. Il conflitto tra Rhodey e Tony culmina nella scena della festa con la lotta tra le armature: un momento spettacolare ma anche metaforico del loro rapporto complicato. Il personaggio aveva un potenziale enorme: motivazioni personali forti, un aspetto visivamente potente e una mente brillante. Purtroppo, lo script lo riduce a un semplice strumento narrativo, con poche battute e una presenza limitata. Rourke fa il massimo con ciò che ha, ma il risultato è un villain visivamente accattivante, ma narrativamente deludente. Hammer è la controparte meschina e caricaturale di Stark. Rockwell è divertente, insopportabile al punto giusto, e riesce a essere una spina nel fianco credibile senza mai sembrare una vera minaccia. Una scelta forse voluta, per alleggerire i toni più cupi legati a Vanko. Con un’introduzione efficace, anche se inizialmente marginale il personaggio di Natasha Romanoff esplode nel terzo atto, con una sequenza di combattimento che mostra le sue potenzialità. Johansson infonde mistero e carisma in Natasha, anche se qui resta ancora una figura accessoria rispetto a quanto diventerà in seguito.

Uno degli elementi più interessanti di Iron Man 2 è il tema dell’eredità. Tony deve confrontarsi con l’ombra del padre e con l’idea che il futuro dell’umanità possa dipendere da ciò che lui costruisce oggi. Questo conflitto è ben rappresentato dalla ricerca di un nuovo elemento per il suo reattore, in un percorso quasi alchemico che unisce scienza, memoria e redenzione.

C’è poi il tema del controllo delle tecnologie avanzate, che anticipa i conflitti di Captain America: Civil War. L’idea di “proprietà” del potere, di chi può gestirlo e con quali responsabilità, è un nodo etico che attraversa tutto il film.

Jon Favreau torna dietro la macchina da presa con la stessa visione energica e ironica che aveva caratterizzato il primo Iron Man, ma si trova stavolta a gestire una sfida molto più complessa. Non si tratta più soltanto di raccontare la nascita di un eroe, ma di orchestrare un intreccio narrativo con più personaggi, più sottotrame e maggiori implicazioni per il futuro dell’universo Marvel. Favreau affronta questo compito mantenendo saldo il tono scanzonato e ritmato che aveva reso il primo film così accessibile, ma non sempre riesce a bilanciare la densità degli eventi con un flusso narrativo davvero armonico.

Dal punto di vista visivo, Iron Man 2 rappresenta un’evoluzione rispetto al suo predecessore. Gli effetti speciali sono notevolmente più raffinati: l’armatura di Iron Man appare ancora più fluida nei movimenti, il design tecnologico delle interfacce ha una coerenza visiva sempre più definita e riconoscibile, e le sequenze d’azione mostrano una cura coreografica che unisce spettacolarità e leggibilità. Nonostante l’abbondanza di CGI, le scene non risultano mai eccessivamente artificiali o caotiche, grazie a una regia che privilegia l’ordine visivo e la chiarezza spaziale.

Iron Man 2 è un film ambizioso, che cerca di espandere l’universo Marvel senza perdere di vista il cuore umano del suo protagonista. Riesce solo in parte: funziona come storia di Tony Stark, ma fatica a bilanciare le troppe trame e le richieste produttive di un universo in costruzione. È meno compatto del primo film, ma comunque godibile, grazie a un cast eccellente, sequenze d’azione ben realizzate, e momenti di crescita autentica per il personaggio principale.

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