Quando Dark Souls III uscì nel 2016, l’industria videoludica si fermò a trattenere il respiro. Dopo anni di successi e rivoluzioni silenziose, FromSoftware si trovava di fronte al compito più arduo: concludere degnamente una saga che aveva ridefinito il modo stesso di concepire i videogiochi. Dark Souls non era più soltanto una serie di titoli amati da una nicchia: era diventato un vero e proprio paradigma culturale, un punto di riferimento per la filosofia del game design contemporaneo. Dopo l’esplosione dell’originale Dark Souls nel 2011, seguito dal più controverso ma audace Dark Souls II nel 2014, il terzo capitolo si presentava con l’intento di essere non solo una sintesi, ma anche un testamento.

E Dark Souls III, con una precisione chirurgica e una carica emotiva sconvolgente, riuscì a incarnare tutto ciò che la saga era stata: un mondo spezzato, un gameplay affilato, una narrazione che sussurra invece di gridare. Ma soprattutto, riuscì a superarsi, a offrirsi come ultimo canto di un’epopea destinata a spegnersi con la stessa fierezza con cui era sorta.

Fin dai primi passi a Lothric, il giocatore viene catapultato in un universo agonizzante. Non si tratta più solo di un regno in declino: è la fine di un mondo che ha già oltrepassato il proprio crepuscolo. La luce del fuoco non è solo fioca, ma stanca, esausta. Ogni ambiente è intriso di decadenza, ogni creatura sembra esistere solo per ricordarci che il tempo ha già compiuto il proprio corso. Castelli che si sgretolano sotto il peso della propria gloria perduta, foreste spettrali dove la vita ha ceduto il passo alla memoria, città congelate nel tempo e nella neve, dove le ombre camminano più consapevoli degli uomini: tutto in Dark Souls III parla di fine, di inevitabile disfatta, ma anche di una struggente bellezza.

Dal primo Dark Souls, il gioco eredita l’arte della narrazione ambientale, portandola a livelli ancor più raffinati. Non ci sono lunghi dialoghi, nessun narratore onnisciente: sono le pietre, i cadaveri, le architetture a raccontare storie. Ogni oggetto raccolto, ogni statua spezzata, ogni dettaglio dello sfondo sussurra frammenti di un passato che non può più tornare. Per i giocatori più attenti, ogni area diventa un romanzo silenzioso da ricostruire attraverso l’intuizione e la deduzione.

Dark Souls III riprende anche il sistema di combattimento dei suoi predecessori, migliorandolo in modo netto e soddisfacente. Se il primo titolo premiava la cautela e il secondo tentava di variare ma spesso risultava meccanico, il terzo episodio perfeziona ogni aspetto con un equilibrio impeccabile. Il ritmo è più rapido ma mai scomposto: ogni arma ha la sua anima, ogni movimento del personaggio è il risultato di una scelta ponderata. Il combattimento diventa una danza brutale, in cui l’errore si paga caro, ma il successo è sempre meritato. L’influenza di Bloodborne si avverte nella velocità e nella reattività, ma senza mai tradire la natura tattica e meditativa che è il cuore pulsante di Dark Souls.

Anche la struttura del mondo, sebbene meno interconnessa di Lordran, offre una coerenza logica e visiva impressionante. Le aree si susseguono con naturalezza, e i collegamenti tra esse sono spesso emozionanti rivelazioni architettoniche. Il giocatore può vedere da lontano una cima misteriosa e, ore dopo, camminare su quel picco consapevole di aver davvero percorso ogni passo. Non si tratta solo di geografia, ma di una narrazione spaziale, un racconto raccontato attraverso il disegno stesso del mondo.

I temi che attraversano Dark Souls III sono universali e profondi. Non si parla solo di fuoco e oscurità, ma del concetto stesso di ciclicità, della natura entropica dell’esistenza, della memoria come unica forma di resistenza contro il nulla. Il giocatore è chiamato a riflettere sul significato del proprio viaggio: è un eroe? Un burattino? Un testimone? Forse solo un ultimo eco in un universo già condannato. Gli echi del passato, le vestigia degli dei, le rovine della gloria passata sono tutte testimonianze di un mondo che non riesce più a trovare una ragione per continuare.

Questa meditazione si arricchisce ulteriormente con i due contenuti aggiuntivi, Ashes of Ariandel e The Ringed City. Se il gioco base già offriva un viaggio catartico, i DLC completano il disegno con due capitoli che vanno ben oltre la semplice espansione. Ashes of Ariandel ci porta in un mondo dipinto destinato a marcire, un rifugio fallito dove la speranza è diventata follia. Ogni passo in questa dimensione alternativa è un confronto diretto con il desiderio umano di fuga, con l’impossibilità di creare un nuovo mondo senza distruggere il vecchio. Il combattimento finale, disperato e feroce, sancisce l’ineluttabilità della corruzione.

The Ringed City, invece, è il vertice narrativo e simbolico dell’intera saga. In questo luogo dimenticato, dove convergono i resti di ogni tempo e di ogni luogo, il giocatore affronta la verità ultima: anche le più grandi civilizzazioni finiscono in polvere, anche le leggende svaniscono. Qui, ogni combattimento è un duello col mito, e ogni incontro è carico di una malinconia epica. Il confronto con Gael, il Cavaliere Schiavo, è forse il momento più alto dell’intera serie: non solo per la difficoltà tecnica, ma per la forza emotiva del suo significato. Gael combatte per un ultimo brandello di senso, per una scintilla di colore in un mondo diventato grigio.

Alla fine, il giocatore non viene premiato con la gloria, ma con una scelta: continuare il ciclo o lasciarlo morire. Una scelta priva di giudizio morale, che lascia spazio solo alla contemplazione.

Dark Souls III, con i suoi DLC, non è semplicemente un videogioco: è un requiem. Un’opera d’arte interattiva che invita alla riflessione sul tempo, sull’identità, sul peso della memoria. Con una cura maniacale per il dettaglio, una difficoltà sempre onesta e una direzione artistica di livello assoluto, si pone come l’epilogo ideale di una saga che ha lasciato un’impronta indelebile nel cuore dei giocatori.

E così, quando l’ultima fiamma si spegne e l’ultimo passo echeggia tra le rovine di un mondo dimenticato, resta solo il ricordo di ciò che è stato. Dark Souls non è mai stato solo una serie di sfide da superare, ma una riflessione silenziosa sull’eterno ciclo della vita e della morte, sulla bellezza effimera di ogni conquista e sull’inevitabilità della fine. In quel silenzio, noi, pellegrini di mondi ormai svaniti, troviamo un frammento immortale di noi stessi.

Lascia che tutto svanisca nel nulla… La putrefazione ha consumato uomini e angeli allo stesso modo. E la fiamma si è estinta.

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