Quando Dark Souls venne pubblicato nel 2011, il panorama videoludico si trovava in una fase dominata da titoli fortemente cinematografici, lineari e tesi a offrire esperienze accessibili al grande pubblico. In un’epoca in cui molte produzioni cercavano di minimizzare la frustrazione del giocatore per renderlo spettatore di una storia spettacolare, FromSoftware, sotto la guida visionaria di Hidetaka Miyazaki, scelse una strada completamente diversa. Dark Souls non si proponeva di essere facile né accomodante. Al contrario, era una dichiarazione di intenti: un gioco costruito su sfida, pazienza, esplorazione e mistero. Non offriva mappe dettagliate né missioni guidate; non concedeva aiuti abbondanti o tutorial invasivi. Eppure, proprio grazie a questo approccio radicale, Dark Souls non solo conquistò milioni di giocatori, ma ridefinì il modo stesso in cui i videogiochi potevano raccontare storie e coinvolgere il pubblico.

La trama di Dark Souls si svolge nel regno decadente di Lordran, un luogo sospeso sull’orlo dell’apocalisse, dove il Fuoco Primordiale — fonte della vita, della luce e della civiltà — sta morendo. L’era degli dei si spegne, e con essa svanisce anche l’ordine stabilito, lasciando spazio a una nuova età, l’epoca degli uomini, e con essa il dominio dell’oscurità.

Nei panni di un Non Morto Prescelto, il giocatore viene evocato in Lordran per suonare le Campane del Risveglio, e scoprire così il proprio destino. Ma se ci si aspetta una narrazione lineare, tradizionale, si rimarrà subito disorientati: Dark Souls non racconta la sua storia nei modi convenzionali. Non ci sono lunghi filmati o spiegazioni dirette. I pezzi della storia si raccolgono poco alla volta, come frammenti di vetro dispersi: brevi dialoghi enigmatici con gli NPC, descrizioni degli oggetti, dettagli ambientali scolpiti nell’architettura decrepita delle rovine.

In questo modo, il mondo stesso di Lordran diventa un personaggio. Le sue mura fatiscenti, i castelli sospesi sopra nubi eterne, le tombe sommerse e le torri spezzate narrano la caduta di un’età gloriosa meglio di mille parole. Ogni luogo è costruito con coerenza e logica spaziale: non esistono caricamenti tra le aree principali, e ogni scorciatoia scoperta crea un legame più profondo tra il giocatore e l’ambiente circostante. Non esplori una mappa: esplori un mondo vivo, con le sue leggi, le sue tragedie e i suoi segreti.

Il cuore pulsante dell’esperienza di Dark Souls è il suo gameplay, tanto rigoroso quanto filosofico. Alla base di tutto c’è un principio semplice: la morte non è una punizione finale, ma un’opportunità di apprendimento. Ogni nemico, anche il più apparentemente insignificante, può risultare fatale. Il gioco non ti protegge né ti giustifica: ti mette davanti alle tue responsabilità. Morire è una parte integrante del processo. Non sei un eroe invincibile; sei vulnerabile, imperfetto, ma capace di migliorare.

Il sistema delle anime — la valuta universale con cui si acquistano miglioramenti e si progredisce — rafforza questo messaggio. Alla morte, tutte le anime raccolte vengono perse, e il giocatore ha una sola occasione per recuperarle raggiungendo il luogo della sconfitta senza morire di nuovo. Questa meccanica crea un’intensa tensione emotiva: ogni passo in avanti è un rischio calcolato, ogni decisione ha un peso reale.

I falò rappresentano l’unico porto sicuro: punti di salvataggio e guarigione, ma anche elementi che rigenerano tutti i nemici sconfitti, costringendo il giocatore a valutare attentamente quando e come usarli. Sono, in un certo senso, piccoli fari di speranza in un mondo altrimenti spietato.

Infine, il sistema multigiocatore asincrono — evocazioni, invasioni, messaggi lasciati a terra — costruisce un senso di comunità sotterranea. Senza mai interrompere l’immersività, Dark Souls trasmette l’idea che, anche in un mondo di solitudine e disperazione, non siamo mai completamente soli.

Sul piano visivo, Dark Souls abbandona ogni tentazione di spettacolarità hollywoodiana per abbracciare un’estetica gotica, decadente, crepuscolare. I colori sono cupi, dominano le tonalità smorzate del grigio, del verde marcio e del marrone terroso. Le rare apparizioni della luce — come nell’indimenticabile scenario di Anor Londo, la città dorata, risultano ancora più potenti per contrasto.

Ogni ambientazione racconta una storia: la palude di Blighttown, avvolta nella muffa e nella miseria; le Catacombe infestate da morti inquieti; il Grande Vuoto, una distesa vertiginosa di nulla. Camminare per questi luoghi trasmette un senso opprimente di antichità, come se Lordran fosse esistito per millenni prima che il nostro viaggio avesse inizio.

La colonna sonora, composta da Motoi Sakuraba, interviene con parsimonia. I temi musicali non accompagnano l’esplorazione, ma esplodono durante i combattimenti contro i boss, sottolineando la gravità epica degli scontri e il dramma insito in ogni battaglia.

I boss stessi sono creature tragiche, non semplici mostri. Artorias il camminatore dell’abisso, Ornstein e Smough, Gwyn, il Signore della Cenere: ognuno incarna un frammento della decadenza di Lordran, un’eco di un passato eroico ormai corrotto o spezzato.

Nonostante la sua natura nichilista e la difficoltà elevata, o forse proprio grazie ad essa, Dark Souls conquistò rapidamente un culto di appassionati. Il motto “Prepare to Die” divenne sinonimo della filosofia del gioco e fu adottato come sottotitolo della riedizione per PC, Dark Souls: Prepare to Die Edition.

Il successo di Dark Souls ha avuto un impatto culturale travolgente. Espressioni come “È come Dark Souls” sono entrate nel lessico popolare per descrivere qualsiasi cosa impegnativa o punitiva. Sono fiorite comunità online su forum, social network e wiki collaborative, dove milioni di giocatori si aiutano a vicenda a decifrare la lore, scoprire segreti nascosti e condividere strategie.

La filosofia “git gud” (“diventa bravo”) è diventata un mantra che incarna la mentalità promossa dal gioco: non chiedere che il gioco cambi per adattarsi a te, ma cambia tu per superare il gioco.

Più di ogni altra cosa, Dark Souls ha creato un nuovo genere: i soulslike. Giochi come Hollow Knight, Salt and Sanctuary, Blasphemous e persino titoli interni a FromSoftware come Bloodborne, Sekiro: Shadows Die Twice ed Elden Ring sono figli diretti di quell’approccio.

Nonostante il successo, Dark Souls non è stato immune da critiche. Il porting su PC iniziale fu ampiamente considerato disastroso: mal ottimizzato, limitato nella grafica, afflitto da problemi tecnici risolti solo grazie all’intervento della comunità (con la celebre mod DSFix creata da Durante).

Altri hanno criticato la cripticità eccessiva del gioco: l’assenza di indicazioni chiare e il livello di difficoltà elevato possono risultare alienanti per chi non ha la pazienza di adattarsi.

Infine, alcuni squilibri tecnici — come i drastici cali di framerate nell’area di Blighttown su console — amplificavano artificialmente la sfida, frustrando anche i giocatori più pazienti.

Eppure, proprio queste imperfezioni contribuiscono a creare l’identità unica di Dark Souls. Non è un’esperienza perfetta, ma è un’esperienza autentica, che lascia un segno profondo.

Oggi, Dark Souls è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi e influenti videogiochi mai realizzati. Il suo impatto si estende ben oltre il mondo dei videogiochi: ha influenzato narrativa, design, persino filosofia del game development.

Nel 2018, la pubblicazione di Dark Souls: Remastered ha permesso a una nuova generazione di scoprire (e soffrire) Lordran in una veste tecnica migliorata, pur mantenendo intatto il cuore pulsante dell’originale.

Ma il vero lascito di Dark Souls non si misura in vendite o premi. È una sensazione: la gioia amara della scoperta, il brivido della conquista dopo mille cadute, il senso di essere soli — seppur connessi — in un mondo ostile.

Dark Souls ha insegnato che i videogiochi non devono temere di essere esigenti. Anzi, è proprio attraverso la difficoltà, la frustrazione e la perseveranza che si raggiunge la vera bellezza.

Dark Souls non è un titolo per tutti. Non vuole esserlo. Ma per chi accetta la sfida, Lordran offre una delle esperienze più profonde e memorabili mai create.

La tua fiamma può spegnersi, ma ricorda sempre: la volontà di continuare brucia eterna.

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