Era il 13 febbraio 1997 quando la Tokio Express, una nave portacontainer lunga oltre 180 metri, si trovava a circa 32 chilometri al largo delle coste della Cornovaglia, nel Mar Celtico. Diretta da Rotterdam verso New York, la nave trasportava migliaia di container carichi di merci, tra cui un carico apparentemente innocuo ma destinato a diventare leggendario: 4.756.940 pezzi LEGO.

Durante il viaggio, la Tokio Express fu colpita da una “mega onda”, un’anomalia marina rara, alta quasi 18 metri. L’enorme impatto inclinò violentemente la nave, prima di 40 gradi a sinistra e poi 40 a destra. Il risultato fu catastrofico per il carico: 62 container caddero in mare, tra cui uno pieno zeppo di LEGO prodotti in Danimarca e destinati al mercato americano.

Il destino volle che gran parte dei pezzi LEGO dispersi avessero un tema oceanico. Questo fatto aggiunse un elemento quasi ironico alla vicenda. Tra i milioni di pezzi finiti in mare c’erano centinaia di migliaia di pinne nere per minifigure, zattere gonfiabili, fucili ad arpione, piante acquatiche e pesci. Uno dei pezzi più iconici dispersi fu il drago verde: ne furono persi più di 30.000. Vi erano poi spade medievali, tubi da immersione, bombole d’ossigeno, alghe in plastica e anche polpi giocattolo.

La maggior parte dei pezzi era contenuta in buste di plastica all’interno del container, molte delle quali si aprirono sotto la pressione dell’acqua, rilasciando gradualmente i componenti nell’oceano. Alcuni pacchetti, tuttavia, rimasero intatti e cominciarono ad affiorare anche anni dopo, ancora perfettamente sigillati, portati a riva dalle correnti.

Fin da subito, i LEGO cominciarono ad apparire lungo le spiagge della Cornovaglia e del Devon. Tuttavia, la loro deriva non si fermò lì. Spinti dalla corrente nord-atlantica, alcuni pezzi hanno raggiunto le coste dell’Irlanda, della Scozia, e persino del Canada orientale e degli Stati Uniti nordorientali.

L’oceanografo Curtis Ebbesmeyer, noto per i suoi studi sui movimenti delle correnti attraverso oggetti galleggianti (tra cui i celebri studi sulle paperelle di gomma disperse in mare), iniziò a monitorare anche i LEGO, coinvolgendo volontari da tutto il mondo. Secondo Ebbesmeyer, i mattoncini rappresentano un’occasione unica per comprendere come si muovono le masse d’acqua e i detriti negli oceani. Le osservazioni e le segnalazioni sono diventate parte integrante dei suoi modelli di mappatura oceanica.

Una delle protagoniste più note del caso è Tracy Williams, residente a Perranporth, in Cornovaglia. Dal 1997, Tracy ha iniziato a raccogliere i LEGO trovati sulla spiaggia e a catalogarli con cura. Con il tempo, ha creato una comunità globale di appassionati e raccoglitori che condividono i loro ritrovamenti attraverso social media, blog e gruppi online.

La sua pagina Facebook, “LEGO Lost at Sea”, è diventata una vera e propria banca dati del fenomeno, contenente fotografie, testimonianze e mappe dettagliate dei ritrovamenti. Nel tempo, molti dei pezzi sono stati donati a scuole, esposti in mostre d’arte, o semplicemente collezionati come souvenir del disastro. Il fenomeno ha alimentato una sottocultura affascinante, fatta di racconti personali, passioni condivise e un’insolita forma di esplorazione costiera.

Dietro il fascino nostalgico e l’ironia dell’evento, si nasconde una realtà meno giocosa: l’inquinamento marino da plastica. I pezzi LEGO, realizzati in ABS (acrilonitrile-butadiene-stirene), sono estremamente resistenti all’erosione, al sale e ai raggi UV. Alcuni studi suggeriscono che possono impiegare tra 100 e 1.300 anni per degradarsi completamente in ambiente marino.

L’evento, per quanto spettacolare, rappresenta dunque un caso di studio sull’impatto a lungo termine dei rifiuti plastici negli ecosistemi oceanici. I mattoncini non si degradano facilmente, ma vengono spesso inghiottiti da pesci e uccelli marini, con conseguenze potenzialmente gravi. Nel 2020, uno studio condotto dalla University of Plymouth ha analizzato LEGO ritrovati sulle spiagge inglesi: i risultati hanno confermato la straordinaria resistenza del materiale, con molti pezzi ancora in ottime condizioni dopo oltre vent’anni in mare.

Col tempo, la dispersione dei mattoncini LEGO è diventata anche un simbolo culturale e artistico. Alcuni artisti, come quelli del collettivo “Washed Ashore”, hanno utilizzato pezzi raccolti per realizzare sculture che raffigurano animali marini composti interamente da plastica spiaggiata.

La vicenda ha inoltre ispirato documentari, articoli, mostre fotografiche e libri per bambini. Alcuni pezzi sono persino comparsi su piattaforme di collezionismo e vengono venduti come reliquie di un evento ormai storico. Le esposizioni museali dedicate alla plastica negli oceani spesso riservano un posto speciale a questa fuoriuscita di LEGO, che con il tempo ha assunto anche un valore poetico: un carico di giocattoli pensati per stimolare la creatività dei bambini, trasformato in una testimonianza concreta e duratura dell’impatto umano sull’ambiente.

Uno dei pezzi più ricercati tra i collezionisti è il celebre drago verde, un componente raro che, se ritrovato in buone condizioni, può valere anche oltre cento sterline. Nel 2014, una donna irlandese trovò sulla spiaggia un pacchetto sigillato di LEGO perfettamente conservato: i pezzi all’interno erano ancora flessibili e dai colori vivaci, protetti dall’imballaggio originario.

Molti pescatori della Cornovaglia hanno riferito di aver ritrovato mattoncini incastrati nelle reti o nei motori anche più di vent’anni dopo l’incidente. Ogni pezzo che riemerge è una piccola capsula del tempo, un frammento di un disastro commerciale divenuto ormai leggendario.

La “Great LEGO Spill” del 1997 è un evento unico nel suo genere. Da un semplice incidente marittimo si è trasformato in una storia che unisce scienza, cultura pop, ecologia e memoria collettiva. È un esempio perfetto di come un piccolo oggetto possa raccontare una storia molto più grande — quella dei nostri consumi, del nostro rapporto con l’ambiente e della resilienza della plastica nell’ecosistema globale.

A distanza di oltre venticinque anni, i LEGO continuano a riemergere sulle spiagge. Ogni pinna, ogni piovra, ogni spada trovata sulla sabbia è un piccolo messaggero di plastica che ci ricorda che nulla in mare si perde davvero… soprattutto se è fatto per durare.

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